La ProLoco di Oppido Lucano esprime profonda gratitudine ad Antonio De Rosa, che ha reso disponibile il testo della Guida di Oppido Lucano da lui realizzata e pubblicata nel 2001 per e con il Comune di Oppido Lucano. Questa guida online si presenta come un ampliamento di quella pubblicazione. Si ringrazia l’APT Basilicata per aver contributo ai costi di realizzazione di questo portale. Si ringraziano Dario Basilio, Donatello Cimadomo, Tino Funicelli, Donato Manniello e Nuccio Marone per il materiale fotografico.

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TUTTI A TAVOLA

Dove il grano ritma le stagioni, è lecito chiedere eccellenza al pane e alla pasta. La pasta, in particolare, fatta a mano, assume un vasto ventaglio di forme: maccheroni a un dito, a calci in culo, a due dita, a otto dita ovvero a fascinedde; orecchiette; stivaletti; letratte; lagane; vermicelli… Di volta in volta, a seconda del tipo e della stagione, col sugo, coi legumi, con le verdure, col brodo. Dal 2001, nel mese di agosto, è possibile assaporare tale varietà di forme di pasta e ricette nell’annuale “Sagra della pasta a mano”, che si svolge lungo le vie del centro storico.

Gli amanti della carne possono provare il sapore deciso dei mugliatiedde, rigaglie d’agnello avvolte in budelli e cotte alla brace, e altri piatti a base di carne, ricordando che la carne, in passato, era per pochi e pertanto non è stata grande protagonista delle tavole del paese. I piatti tipici a base di carne sono pochi: il capretto o l’agnello di latte alla brace; pollastri, piccioni e conigli ripieni; il sublime cutturiedde, agnellone o montone in casseruola con ortaggi e aromi vari.

La lacuna culinaria prodotta dalla carne è colmata da un’antologia di formaggi e salumi. I primi sono squisiti: pecorini, provoloni, caciocavalli, trecce, scamorze, manteche, burrate. I secondi a dir poco inimitabili: salsiccia, soppressata, capocollo, pezzentaglia e ventresca. Il fatto è che qui l’arte del maiale viene da lontano. Chi non sa che i Romani la trovarono tra questi pendii bell’e pronta? Lo dissero Orazio, Varrone, Cicerone. E dunque: l’uccisione del divin porcello è rito che si perde nel tempo. Si tralasciano solo i peli e le unghie. Il resto è sintesi di sopraffina carne venuta su con prodotti naturali, cereali, fave e granturco e tecnica che si tramanda in famiglia. Riescono salumi magri e piccanti, conservati sott’olio per preservarne tutta la morbidezza. Ai formaggi e ai salumi, sempre in sostituzione della carne, si aggiungono poi le mille verdure gustate con olio crudo, in brodo, col pomodoro, fritte. E per completare il quadro, ecco i legumi, tra i quali va segnalata la gustosa cicerchia; le patate arraganate; i piatti a base di pane: pancotto e acquasale; il baccalà; gli accompagnamenti di olive fritte o fiori di zucca, pomodori e peperoni di Senise, fatti seccare e passati in fretta nell’olio caldo affinché crocchino sotto i denti. Olio d’oliva benedetto! Così denso e sapido da gustarsi solo col pane e un pizzico di sale. Da sposare on i vini rosso granata del vitigno Aglianico, che così bene poi si accoppia con l’onnipresente peperoncino, o con l’ormai raro Colatammurro.

Infine, i dolci, uno per ogni festa: il calzone di ricotta e cannella a Pasqua; i mostaccioli, di latte e d’uova e i biscotti di vin cotto agli sposalizi; la Santa Lucia, a base di grano, ceci e cicerchie, condita con vin cotto, al 13 dicembre; le pettole e le scarpedde a Natale; il sanguinaccio alla mattazione del maiale.

E ci sono prelibatezze per le quali bisogna ingraziarsi le meteore, così è nel caso della zurbetta, sorbetto di neve e vin cotto. Oggi lo gustano in pochi. Ma quando la neve imbianca Oppido, la tradizione può essere rinnovata.